Non siamo tutt* maschi o femmine

ariannaL’1,7% della popolazione mondiale nasce intersessuale, presenta cioè cromosomi sessuali, genitali e/o caratteri sessuali secondari non definibili in maniera esclusiva come maschili e femminili. Tale anomalia cromosomica, pur non compromettendo nella maggior parte dei casi la salute delle persone, viene trattata precocemente, spesso in età perinatale, con complicati interventi chirurgici per “adeguare il corpo” ad uno dei due sessi.

Questa dolorosa pratica ignora che l’identità di genere non si sviluppa in conseguenza esclusiva e lineare del sesso biologico, ma è un processo complesso in cui entrano in gioco fattori individuali, familiari, ambientali, sociali.

L’atroce intervento di adeguamento dei corpi si fonda su una visione dicotomica degli esseri umani in maschi e femmine escludendo che in natura esistono altre forme sessuali.

L’intersessualità richiede il riconoscimento ufficiale della legge, come già accade in Germania e Australia, richiede visibilità e una corretta informazione per restituire a tutte le Arianna la possibilità di scegliere per sé, autodeterminarsi e costruirsi un’identità in armonia con il proprio corpo, senza essere costrette a modificarlo per adattarsi a quel binarismo di sesso e genere socialmente e culturalmente costruito.

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Il film Arianna di Carlo Lavagna è uscito al cinema il 24 settembre scorso, qui il trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=JDtvrdap8eA.

La Formica Viola raccomanda la sua visione!

Gender e terrorismo psicologico, quando la paura chiude il dialogo

Fonte: http://www.pescarapescara.it

articolo di Sonia Carosella

Paola Petrucci

Chi ha paura del gender? Il libro di Paola Petrucci, consigliera di Pari opportunità della Regione Marche, presentato presso il centro culturale SpazioPiù di Pescara, pone già nel titolo un importante interrogativo che è lecito porsi, dato il fitto dibattito che la tematica ha suscitato in tempi recenti a livello internazionale. Avendo ricoperto un ruolo tecnico in tema di pari opportunità per molto tempo, l’autrice ha trovato lo spunto per la nascita del libro dal rifiuto culturale del nostro paese di affrontare le differenze di genere. “Pari opportunità non significa, come diffuso nell’immaginario comune, essere tutti uguali – ha dichiarato la Petrucci – vuol dire, letteralmente, avere le stesse opportunità. E il fatto che siamo ancora qui a parlarne è assurdo”.

Il libro nasce dalla constatazione personale della fatica di essere donna in un mondo di maschi, e dalla difficoltà di rimanere imparziali quando si affrontano tali temi. Molto spesso infatti, gli interventi vengono fatti a senso unico, senza dare la possibilità di esprimere un parere diverso.

Dedicato a degli uomini, nello spirito di massima apertura del dialogo, il volume si pone l’obiettivo di spiegare in modo semplice e diretto come nasce il termine gender. Moltissimi gli studi citati, a partire dalla riassegnazione del sesso di Money, smentita da molto tempo dal mondo accademico, e le teorie di Freud sulla mutabilità del genere e la sua percezione psicologica e sociale. Come illustrato dall’autrice infatti, il genere non è definito solo dall’aspetto biologico, ma anche dalla percezione che la persona ha di sé e da come essa viene vista dalla società.

Molto spesso, parlando delle tematiche di genere, si tira in ballo la natura o l’essere contro natura di alcuni orientamenti sessuali. L’assurdità di tali argomentazioni sta nel fatto che, proprio nel mondo animale, il genere non è sempre chiaro. La copertina del libro ritrae una chiocciola, e non è un caso. I gasteropodi, classe di molluschi cui appartengono chiocciole e lumache, sono ermafroditi, ovvero possono essere al contempo sia maschio che femmina.

“La cultura recente ha fissato nell’immaginario collettivo degli stereotipi di genere ben determinati, sebbene anche la storia ci dimostri questi cambino nelle varie epoche; basti pensare che il trucco, le parrucche e i tacchi furono inventati per gli uomini, e il loro uso indicava uno status sociale preciso. Le cose cambiano dunque molto velocemente, prima ancora che riusciamo a rendercene conto; dobbiamo riuscire a trasmetterle nel modo corretto, poiché la cultura non riesce a cambiare di pari passo con la realtà”.

Quando si parla di genere, infatti, si entra molto spesso in un presunto concetto di ideologia, a dimostrazione di quanto il tema faccia discutere e porti con sé il rischio di polarizzazione del discorso; questo, come dichiarato dall’autrice, proviene “dalla tendenza a pensare in modo sessista, legato indissolubilmente alla nostra società; e purtroppo sono proprio le donne a pensare in modo sessista, a rifiutare i neutri. Ciò dimostra che dobbiamo imparare a pensare e parlare nel modo corretto, evitando le gerarchie di genere”.

Per combattere gli stereotipi, e di conseguenza il bullismo e la violenza, anche solo verbale, bisogna favorire la cultura del rispetto, cominciando dall’infanzia. Come illustrato da Francesca Fadda, dell’associazione di promozione sociale La formica viola, si deve combattere il rifiuto di impegnarsi nell’affrontare queste tematiche, come spesso accade nelle scuole italiane. “Il libro di Paola Petrucci ha il pregio di rendere accessibili gli studi di genere, parlandone in modo semplice e diretto. Purtroppo ci troviamo a combattere situazioni di estremizzata chiusura mentale; si è creata una ragnatela di associazioni che blocca l’accesso alle conoscenze, ed è riuscita a creare un mostro a una velocità sorprendente. Le informazioni viaggiano a senso unico creando terrorismo psicologico, senza fondamenti scientifici cui rifarsi. Invece per prevenire la violenza di genere c’è bisogno di lentezza, di concedersi il tempo per capire e accettare le differenze, sviluppando il pensiero critico”.

Dibattito a SpazioPiù

L’informazione come arma per prevenire gli stereotipi, dunque. Il bullismo, la violenza di genere, sono tutti indicatori di una società che fatica ad accettare la diversità, che ridicolizza chi non si adegua alla massa. Gli stereotipi si attivano in sordina, prima che possiamo accorgercene; per combatterli, bisogna prendere la parola proprio quando si sente il bisogno di mordersi la lingua, per dare la possibilità al pensiero razionale di uscire allo scoperto ed evitare che il pensiero sessista diventi la normalità.

“La polarizzazione dell’argomento non aiuta il pensiero critico – ha spiegato Anna Rita Rossini, della Commissione Pari opportunità di Pescara – essa è anzi l’inverso del dialogo. I bambini sanno dialogare in maniera naturale; i genitori, al contrario, hanno spesso bisogno di ascoltare, di essere educati su tematiche che non conoscono e che li spaventano. Si devono trasmettere competenze sociali ed affettive che promuovano la cultura dell’accoglienza”.

Tutto ciò trova ampio riscontro, a Pescara, nel panico generato da alcuni gruppi di genitori in occasione del Festival delle Letterature dell’Adriatico. Durante il festival, infatti, alcune associazioni sono intervenute nelle scuole dell’infanzia cittadine con letture di favole volte a promuovere il dialogo e l’accoglienza; tuttavia, in un crescendo di delirante gravità, molti genitori si sono affidati a voci di corridoio che volevano detti interventi impegnati in attività di educazione sessuale ritenute poco adatte alle fasce di età cui erano rivolte.

“Questi episodi sono nati sulla scia della messa all’Indice di alcuni libri per bambini da parte del sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro – è intervenuta la consigliera comunale Daniela Santroni – Tali volumi, disponibili in tutte le librerie, parlano di famiglie, genitori, animali. Proibiti per assurdi motivi legati a una presunta promozione del gender”. Il caso emblematico di Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni è ormai internazionale; i due colori, tanto diversi ma tanto amici, finiscono per mescolarsi per creare il verde. Ritenuto pericoloso tanto da finire nella lista nera secondo il sindaco veneziano, ha creato una mobilitazione straordinaria tra cittadini, autori, genitori, librai, bibliotecari.

La censura dei libri, impensabile in una civiltà democratica, è un importante campanello di allarme; essa è rivelatrice della paura, della polarizzazione di una cultura che fatica ad aprirsi all’altro e farnetica parlando della necessità dell’esclusione per assicurare protezione ai cittadini. La scuola pubblica ha il dovere di tutelare i bambini, di assicurare l’inclusione, la collaborazione, di essere criticamente formativa; la censura in nome di una presunta ideologia porta a chiedersi “Chi ha paura del gender?”

di SONIA CAROSELLA

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Dal gender agli studi di genere: resoconto incontro 22 novembre

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Arrabbiato, curiosa, indignato, infervorata, disinformata, infastidito, impreparato. Queste sono solo alcune delle espressioni utilizzate per descriversi rispetto al tema dell’evento dai/dalle partecipanti all’incontro “Dal gender agli studi di Genere: facciamo chiarezza” del 22 novembre scorso al Circolo Culturale Chaikhana a Roseto degli Abruzzi, promosso dall’Associazione La Formica Viola. Un dibattito animato e informale che ha fatto emergere una certa preoccupazione sull’allarmismo che, in particolare negli ultimi mesi, è stato generato dal movimento no gender.

Durante l’incontro si è cercato di ricostruire gli avvenimenti che hanno portato alla creazione di un grande e pericoloso malinteso per far luce su cosa si intenda per studi di genere e su quali sono gli obiettivi didattici perseguiti dai percorsi proposti nelle scuole in tema di educazione alle differenze, contro la violenza di genere e di prevenzione del bullismo.

 Analizzati i concetti chiave degli studi di genere ed evidenziate le sostanziali differenze rispetto ad una teoria monolitica del gender,  così come viene confezionata e propagandata dal movimento no gender, ci siamo interrogat* sulle criticità del fenomeno e sulle modalità di intervento.

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È emersa l’urgenza di coinvolgere gli/le insegnanti e le famiglie attraverso una formazione specifica e degli incontri informativi per genitori. Gli/le insegnanti per il loro ruolo educativo hanno una responsabilità fondamentale nell’offrire risposte alle emergenze educative e alle richieste di informazioni da parte delle famiglie, devono pertanto maturare le competenze necessarie ad intervenire in situazioni di discriminazione e bullismo e integrare l’attività curricolare. Non esiste una legge che obbliga bambini e bambine a frequentare corsi sul gender, ma chiare indicazioni per la formazione dei docenti, “Il DDL n. 1680 presentato dalla senatrice Valeria Fedeli nel novembre 2014 promuove l’“Introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università” e  prevede “l’integrazione dell’offerta formativa dei curricoli scolastici di ogni ordine e grado con l’insegnamento a carattere interdisciplinare dell’educazione di genere finalizzato alla crescita educativa, culturale ed emotiva, per la realizzazione dei principi di eguaglianza, pari opportunità e piena cittadinanza nella realtà sociale contemporanea”.

Le linee guida introducono un cambiamento fondamentale nella concezione dell’educazione sessuale, non più intesa solo nella sua accezione negativa (prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e delle gravidanze indesiderate) ma volta alla promozione del benessere dell’individuo nella sua interezza, alla consapevolezza di sé e alla relazione con gli altri.

I genitori lamentano di non essere informati e coinvolti sull’introduzione dell’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. È un diritto? Riflettiamo sul fatto che quando vengono introdotte nuove materie o attuate delle modifiche ai programmi curricolari non si preoccupa nessuno, nessun genitore mai è stato interpellato per una modifica ai programmi di geografia e matematica, eppure nessuna lamentela è stata avviata. Ma allora perché la sessualità, l’affettività e l’educazione alle differenze spaventano così tanto?

D’altra parte accade che i genitori non vengano informati quando, ad esempio, la loro figlia è coinvolta in episodi di bullismo in classe e che si lasci correre, sottovalutando il dolore delle famiglie che si sentono abbandonate dalla scuola.

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Le criticità emerse dall’incontro sono state:

  • I tempi di intervento: il movimento no gender, i suoi fautori e sostenitori, hanno giocato d’anticipo muovendosi con grande rapidità e velocità in tutta Italia, dalle parrocchie alle piazze, attraverso una campagna virale generatrice di terrore che ha semplificato ed amplificato situazioni che andrebbero affrontate con molta calma e competenza. È impossibile ridurre la complessità e poliedricità degli studi di genere a pochi concetti.
  • La diffusione di informazioni scorrette e confuse ha prodotto paura, provocando un atteggiamento di chiusura come meccanismo di difesa.

Ci siamo posti la seguente domanda: è più utile offrire un modello di riferimento a scuola o è preferibile lasciare ai/alle ragazz* la libertà di crescere e costruire la loro identità in modo autonomo?

Dalla discussione è emerso che è necessario sviluppare competenze trasversali, non modelli, promuovere il valore dell’accoglienza, della pluralità di modi di essere e di stare nel mondo, del rispetto dei gusti, dei gesti, dei comportamenti, delle scelte differenti.

Fare in-formazione nel territorio e in rete senza creare proselitismo: non esiste infatti nessuna ideologia in cui credere ma studi scientifici e culturali da conoscere e pensiero critico da attivare. Creiamo contesti in cui i discorsi sugli studi di genere siano fruibili e accessibili, non manipolati e interpretati, ma comprensibili e condivisibili nel linguaggio corrente e nei contesti informali. Come “Il Gender” improvvisamente è arrivato nei discorsi quotidiani, allo stesso modo ognuno di noi può farsi portavoce di una informazione corretta attraverso il passaparola. Nelle relazioni più prossime, dalla fabbrica al bar, dal vicino di casa al compagno di tennis, è necessario cercare il confronto, far circolare informazioni corrette, attivare pensiero critico. Solo superando gli schieramenti e promuovendo il dialogo aperto, è possibile attivare la responsabilità personale e la consapevolezza, al fine di  informare e rassicurare chi del gender teme le peggiori sorti apocalittiche per l’umanità.

Costruire una  cultura del rispetto  richiede di prendere consapevolezza degli stereotipi di genere e dei pregiudizi che ne conseguono, promuovere il valore dell’accoglienza, dell’inclusione, e la valorizzazione delle differenze.

Francesca Fadda, Davide Silvestri

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Piccoli consigli bibliografici:

Michela Marzano, Papà, mamma e gender, Utet 2015

Alessandro Taurino, psicologia della differenza di genere, Carocci 2005
Vanessa Baird, le diversità sessuali, Carocci, 2003

Nadia Muscialini, di pari passo. Percorso educativo contro la violenza di genere, settenove edizioni, 2013

Mangarella, T. Gusmano B, Di che genere sei? prevenire il bullismo sessista e omtransfobico, edizioni la meridiana 2014

Maria Serena Sapegno, Che genere di lingua, Carocci, 2010

Simone De Beauvoir, il secondo sesso, Il saggiatore

Dan Savage e Terru Miller, le cose cambiano. Storie di coming out, conflitti, amori e amicizie che salvano la vita, Corriere della sera 2011

Cristina Obber, l’altra parte di me, piemme 2014

Standard per l’Educazione sessuali in Europa. Quadro di riferimento per responsabili delle politiche, autorità scolastiche e sanitarie, specialisti
http://www.fissonline.it/pdf/GuidaOMS.pdfs

Il “genere”, una guida orientativa, a cura di Federico Ferrari
http://www.sipsis.it/wp-content/uploads/2015/10/IL_GENERE_UNA_GUIDA_ORIENTATIVA_def3.pdf

 

La Formica Viola è un’associazione di promozione sociale creata per diffondere la cultura dell’accoglienza e del rispetto.

Promuove e valorizza l’autodeterminazione di genere proponendosi di intervenire nella decostruzione di rappresentazioni culturali e stereotipi di genere ritenuti da numerosi e consolidati studi sociologici e psicosociali alla base di processi di discriminazione ed episodi di bullismo.

Organizza eventi culturali e propone interventi psico educativi nelle scuole.

I genitori 1 e 2 della Formica Viola sono Davide Silvestri (psicologo) e Francesca Fadda (psicologa, psicoterapeuta).